Cronache di migrazioni dall’isola di Lesbo: la Turchia spalanca le frontiere ai rifugiati siriani e gli sbarchi sulle porte greche dell’Europa diventano ingestibili
di Valeria Rando

Nella mia memoria di adolescente, l’isola di Lesbo si è sempre tinta dei toni tragici legati alla morte di Saffo. Ritratta ai margini di una scogliera, in un paesaggio notturno rischiarato dai raggi di luna, mi è sempre piaciuto immaginarla serena, ferma nell’atto di gettarsi nel buio cupo del mare sottostante. La disperazione, del resto, quella più acuta che accompagna gli ultimi istanti di una vita sofferta – anche se immersa nel mito –, l’ho sempre saputa immobile, indifferente: non burrascosa, e mai urlante. Immersa in una cornice romantica, col mare piatto e il vento tiepido: quello di un banale giorno di marzo in cui lasciarsi morire.
Anche se a chi muore non è concesso di allietarsi del mare calmo della Grecia: non delle pareti montuose, non delle sue valli profonde; delle sponde dei fiumi, delle onde che lievi lambiscono le rive sassose, del raggio pudico della luna primaverile – o del sorgere timido di Venere, quando cala il buio. Nessun dolce spettacolo rallegra chi è disperato: e non c’è pianto o grido di dolore che possa competere col silenzio d’un corpo a cui la vita è stata strappata troppo prematuramente.
Sulle sponde di Lesbo giace da poche ore la salma di un bambino di quattro anni appena, siriano, in fuga senza colpe da un Paese che pare in una guerra perenne – o che almeno, in guerra, c’era da prima che lui venisse al mondo. È morto annegato su un barcone che s’illudeva potesse trarlo in salvo verso la tanto bramata Europa, dopo che l’inasprirsi dei conflitti nel nord della Siria e la passività con cui l’Occidente ha assistito agli scontri han portato il presidente turco Erdoğan ad aprire le frontiere ai profughi siriani rifugiati nel Paese. Dopo quattro anni dall’accordo dell’Unione Europea per chiudere la rotta migratoria dell’Egeo, si sta tragicamente compiendo il destino che in molti temevano: quello di un ricatto crudele cucito sulla pelle dei migranti. Utilizzandone le speranze e i sogni di riscatto come arma per ricattare l’Europa, al nuovo sultano di Ankara è bastato affermare che la polizia di frontiera non ne avrebbe frenati i tentativi di fuga per gettare il mondo in stato di crisi. E per convincere i Paesi europei a prendere delle misure drastiche per frenare il tanto temuto rischio di invasione.
Così, mentre le partenze si sono moltiplicate massicciamente, e in un solo giorno più di 1300 persone sono sbarcate sulle già disagevoli isole greche, l’insofferenza di chi guarda le guerre al di qua del confine di sicurezza veste i panni del neonazismo e aggredisce chiunque tenti di dare un aiuto agli sfollati in fuga. Sono i gruppi di estrema destra di Alba Dorata, la lega popolare nazionalista nata negli anni Novanta e tristemente nota per i massacri contro i musulmani bosniaci nella spietata guerra jugoslava. Ad oggi, blocchi stradali impediscono ai profughi di raggiungere il centro di detenzione principale, a Moria, costringendoli a dormire all’addiaccio, al freddo, buttati in tendopoli provvisorie – o al peggio sulla battigia. E non mancano le repressioni minatorie agli attivisti e ai giornalisti, vittime del tipo di violenze che si confarebbero più ad un teatro di guerra che ad un’isola nota per essere stata per anni pacifico rifugio e ponte di salvezza. E che oggi par quasi essersi trasformata in una prigione a cielo aperto che non smette di bruciare. Campi profughi dati alle fiamme, volontari intimidati, presi a sassate, migranti che hanno imparato a muoversi poco, e sempre in gruppo, ignorati da uno spietato senso comune che trasforma in questione politica una tragedia umanitaria senza tempo.
E dove le vittime, infondo, son sempre le stesse: gli ultimi, sfruttati, massacrati, perenni fuggitivi. Le anime nate per essere esiliate, gli ospiti volgari e sgraditi, gli amanti disprezzati, a cui in vita non sorrisero le rive soleggiate né le albe spalancate sul cielo. Sono parole che Leopardi, circa due secoli fa, mise in bocca a Saffo nel suo celebre Ultimo canto, e che mai mi son parse così attuali. Sono i tormenti disperati delle giovani anime morenti tradotti nella lucidità di un verso piano, di un mare calmo: che è la più atroce forma di sofferenza. A loro non è concesso il saluto del canto degli uccelli né il mormorio dei faggi: e persino il ruscello, così solito a destreggiarsi all’ombra dei salici, ritrae sdegnoso le sue acque al contatto coi loro corpi, e li rigetta, sputandoli sulla riva e tornando a serpeggiare. Ed è inutile chiedersi di quale colpa, di quale indicibile misfatto si macchiarono prima di nascere, tali che il cielo e la sorte fossero così ostili. O in che cosa peccarono da bambini, quando la vita non conosce ancora il peccato, perché il caso avvolgesse il filo rugginoso delle loro vite privandoli del fiorire della gioventù. Non v’è risposta. Sono una prole dimenticata, nata per piangere; e la ragione di ciò è nota soltanto a dio: ammesso che vi sia.
E morremo, moriremo. Il velo indegno a terra sparto, gettati a terra questi corpi indegni, rifuggirà l’ignudo animo a Dite, le loro anime, nude, fuggiranno nel regno dei morti: e il crudo fallo emenderà del cieco dispensator de’ casi. E solo così sarà riparato il crudele errore di questo cieco destino.
Sì, moriranno. E lentamente morirà anche quest’Europa inerte, indifferente, preoccupata del destino dei profughi siriani solo quando questo minaccia di incidere sul suo. E che non pensa alle bombe dei russi su Idlib; agli attacchi di Assad che dal 2015 distruggono le scuole e gli ospedali del suo stesso popolo; alle repressioni punitive dei turchi per ciascuno dei loro soldati ammazzati, ma contro i civili; al silenzio dei media, alle violenze sui giornalisti che tentano di urlare la verità, al soffocamento delle voci imberbi dei dissidenti. Muore lentamente l’Europa che aspetta la morte di un bimbo di quattro anni per indignarsi: e per ricordare che un corpicino così, esanime su una riva d’invano sperata salvezza, l’aveva già visto, e già se n’era indignata.
Era il 2015, e lui fu noto al mondo come Alan Kurdi. E oggi, mentre il ricordo sbiadito di quella magliettina rossa stesa prona sul bagnasciuga, di quel volto pulito insozzato dalla sabbia, torna d’improvviso a farsi nitido, a disturbarci i pensieri, vien da pensare a chissà quante altre inutili morti dovranno sconvolgerci – o passarci, distratte, accanto – prima che anche a questo bimbo di Lesbo venga assegnato un nome: che diventi un simbolo: che venga presto, anche lui, crudelmente dimenticato.